TEXTS - Stefano Bullo
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ultimo giorno di lavoro del G8, L’Aqila 10 luglio 2009; 2x(160×200); olio su tela; 2011

“ASSENTI GIUSTIFICATI”

re‐visioni mediatiche di Stefano Bullo

di Diego Mantoan

Nel costante fluire d’immagini, segno distintivo della società mediatizzata, l’occhio umano fatica a catturare visioni della realtà capaci di resistere nella memoria per più di pochi secondi. Scomparsa la visione diretta del reale, l’uomo contemporaneo resta esposto a un mondo di rappresenta- zioni, che imitano la realtà e si sostituiscono ad essa. Al bombardamento costante di fotografie e filmati lo spettatore resiste soltanto grazie all’in- nata capacità dell’occhio di fare economia. Bastano pochi tratti somatici e alcune linee di contorno per riconoscere in pochi millesimi di secondo una personalità mediatica, o la confezione di un prodotto di massa.

I dipinti di Stefano Bullo traggono a piene mani da quel fiume di immagini che inonda la nostra realtà quotidiana. Egli opera come un collezionista di esperienze mediatiche, ossessionato dalla volontà di fissare la storicità di tali avvenimenti e rendere eterno un istante. Nei suoi quadri si susseguono personaggi più o meno celebri che fanno parte del nostro immaginario mediatico, oppure scene tratte dalla rappresentazione dei fatti di cronaca sui quotidiani o in rete. Spesso presenta immagini che si preferirebbe rimuovere o che conosciamo soltanto per trasmissione indiretta, come scene di guerriglia urbana e di immigrazione clandestina, la cui assenza dall’esperienza di vita diretta viene felicemente giustifi- cata. La scelta di questi soggetti porta il giovane pittore a lavorare su due generi assai consolidati nella tradizione occidentale, il ritratto e il paesaggio. Essi si rivelano però semplici grimaldelli archetipici per una riflessione ben più approfondita su persone e luoghi, nonché sulle forme compositive nella rappresentazione della realtà circostante. Emerge così in tutta la sua deflagrante potenza l’effettiva esistenza di un linguaggio delle immagini mediatiche che riporta alla mente questioni antiche sullaposa fotografica. I ritratti di Bullo si trasformano così nella rappresentazione psicologica dei valori umani propri della società contemporanea. Parimenti, i suoi paesaggi riflettono le categorie economiche, sociali e culturali con cui siamo soliti caratterizzare, suddividere e giudicare gli ambienti della nostra quotidianità.

Nei dipinti di Stefano Bullo, tuttavia, queste realtà non si impongono prepotentemente, bensì insinuandosi lievemente, attivando un processo di riconoscimento calibrato. Attraverso un’attenta procedura di sottrazione della definitezza, infatti, nei suoi ritratti e nelle scene d’assieme cerca di raggiungere la forma sufficiente, ma necessaria, che permetta l’identificazione sicura del soggetto da parte dello spettatore. La qualità pittorica del giovane veneziano, sia nei ritratti che nei dipinti di grande formato, supporta la famigliarità e vicinanza dello spettatore con i soggetti rappresentati. Scevra di dettagli, ma eroicamente colorata, la realtà che dipinge si presenta come le immagini trasmesse da uno schermo al plasma. Le pennellate dense e sicure delineano le fattezze minime dei soggetti, mentre i fondali sintetizzano con pochi tratti le coordinate spaziali fondamentali e i colori si prestano a reinterpretazioni continue in connessione al soggetto stesso. Le immagini che ne derivano risultano iconiche, ma al tempo stesso sfuocate, quasi si fossero logorate durante il processo di riutilizzo massificato tipico della nostra società. Ricordano le xerotipie di un mostro sacro della Pop Art quale il tedesco Sigmar Polke, impegnato a sperimentare i risultati estetici che si potevano trarre dal trascinamento delle foto tratte da riviste e giornali sulla fotocopiatrice in funzione. Ne deriva un analogo senso di distorsione della realtà rap- presentata, che nel caso del giovane artista veneziano viene equilibrata a partire dalla famigliarità delle forme richiamate e dalla scelta dei colori. La sobrietà della sua pittura, capace di semplificare con grande sicurez- za visioni complesse, è frutto di un ragionamento mirato a definire con precisione le aggiunte e le sottrazioni rispetto alla fotografia di partenza. Quasi a voler replicare le fasi nella post-produzione di una rivista di moda, nessun dettaglio è lasciato al caso, bensì concorre ad esprimere una specifica sensazione o ambientazione, nella quale lo spettatore è fat- to scivolare inconsciamente. L’armonia compositiva espressa nei dipinti di Bullo sembrerebbe stridere con il procedimento iconoclasta adottato per il suo raggiungimento, memore delle devastazioni operate sui po- ster di varie celebrità da parte di uno Young British Artist come Douglas Gordon. Mentre il celebre artista britannico si avventa con la fiamma os- sidrica sulle icone della società mediatica, dando espressione all’atteg- giamento adolescenziale sotteso allo star system, Bullo procede con la trementina per togliere il segno pittorico e sfigurare i volti dei suoi pro- tagonisti. In entrambi i casi l’effetto è molto simile, seppur di matrice dif- ferente. Se nel caso di Gordon si può parlare di una violenta devastazione della personalità iconica, il giovane pittore veneziano pare ricercarla con tratti leggeri che sfumano nell’oblio del tempo, l’antidoto più micidiale alla vanità dell’esistente. Nei disegni di Bullo la decostruzione dell’immagine lascia il posto al suo inverso, pur giungendo al medesimo risultato. Capovolgendo la prassi adottata per le sue pitture, i tratti a matita colorata solcano la carta fino ad arrestarsi prestissimo, una volta ottenuti i contorni minimi sufficienti per innescare il meccanismo di riconoscimento.

Come visioni fugaci strappate alla memoria, nei quadri di Stefano Bullo viene presentata l’immagine residuale della società mediatica, quella che resta catalogata e latente nella mente di ciascuno. Nelle sue opere rielabora la realtà rappresentata e grazie a questa re-visione rende evidente, in maniera disarmante, l’artificialità della nostra immagine del mondo e il suo completo rispecchiamento nella struttura di potere sottostante.

“ABSENT WITH PERMISSION
”

media re-views by Stefano Bullo

by Diego Mantoan

Considering the constant flow of images, a distinctive mark of the media influenced society, the human eye finds it hard to catch pictures of reality that can settle in our memory for more than a handful of seconds. Contem- porary men and women are subdued by a fictional world crowded with visual representations, capable of imitating reality and finally replacing it. The modern viewer withstands the non-stopping picture and image circus by means of one basic eye skill, that of catching key fundamental traits. It is called visual economy: a few features of a face and some outlines are enou- gh to recognize a media celebrity, or a mass-produced commodity.
Stefano Bullo’s paintings draw from the images that submerge our eve- ryday life. He collects media events, as if he were obsessed by the deter- mination to fix a historic instant and convert a quick second into eternity. Celebrities – as well as almost famous people, all pertaining to our ima- gination through the media world are portrayed in his works, and so are sketches drawn from newspapers or the Internet depicting current events. He often paints images we would like to forget or that we know only from second-hand information, such as scenes of urban guerrillas or illegal im- migration, giving sound reasons for our lack of first-hand knowledge. The choice of such themes leads the young painter to illustrate two types of subjects, both well established in Western tradition, the portrait and the landscape. As a matter of fact, they prove to be an archetypical key to an in- depth insight on people and places, as well as on compositional techniques used to describe our surrounding reality. Thus the language of media ima- gery flares up powerfully and prompts us to think about erstwhile issues on posing in photography. As a result, Bullo’s portraits become a psychological rendering of the typical human values of contemporary society, throu- gh which we usually typify, classify and assess our everyday environment.
In Stefano Bullo’s paintings, though, these facts do not force themselves on the viewer, but allude gently, setting up an objective identification process. By exerting a careful procedure of diminished definiteness, in his portraits and ensemble scenes he tries to attain the necessary but sufficient form, through which the viewer can securely identify the subject. The illustrative skill of the young Venetian artist, both in portraits and in large paintings, endorses the viewer’s familiarity and proximity to the subjects depicted. The scenes are rendered sketchily, but are boldly coloured, and appear like the images on a plasma display panel. His brushstrokes are full and confi- dent and outline the subjects’ essential features, while the backdrops sum- marize the fundamental space references by means of just a few colours, which also apply to incessant reinterpretations connected to the depicted subject itself. The images generated are iconic, but at the same time out of focus, as if they had been worn out in the mass recycle process typical of our society. They remind us of Sigmar Polke’s xerotypes, a foremost Ger- man Pop-Artist who experimented the aesthetic results that could be ob- tained by dragging pictures cut out from newspapers and magazines on a working photocopier. The result is a similar sense of alteration of the scenes and people portrayed, which – in the case of the young Venetian artist – is balanced by the choice of familiar shapes and colours. His under- stated painting technique, that succeeds in making complex visions simple, is the result of a construction aiming to define what is added and what is subtracted from the original picture source. As in fashion magazines post- production, no detail is accidental, but it contributes to express a precise feeling or setting, towards which the viewer is lead unaware. The harmony expressed in Bullo’s paintings might seem to be at variance with the ico- noclastic procedure used to achieve it, if we consider Young British Artist Douglas Gordon havoc on celebrities’ posters. While the well-known Bri- tish artist attacks the media society icons with a blowtorch, unmasking the teenage-like attitude on which the star system thrives on, Bullo employs turpentine to cancel the pictorial marks and disfigure his characters’ faces. In both cases the result is very similar, even if the starting point is different. As far as Gordon is concerned, we can realize a violent devastation of iconic personalities, while the young Venetian painter seems to pursue the same aim with light strokes that seem to sink in time oblivion, the real lethal antidote to the vanity fair. In Bullo’s sketches, image deconstruction gives way to its opposite, but achieving the same result. His pastel sketches rever- se his painting method and mark the paper only to obtain the bare outlines apt to trigger the identification process. As fleeting images snatched out of memory, in Stefano Bullo’s paintings the residual visions of the media world are shown as latent as they are in anyo- ne’s mind. In his works he processes the reality he portrays and, thanks to this reassessment, he highlights the artificiality of our vision of the world and the way it mirrors itself in the underlying power